In sei anni, l’Italia ha perso 111mila negozi di prossimità e 24mila bar: in totale, oltre 140mila attività commerciali hanno abbassato definitivamente le saracinesca tra il 2019 e il 2025. È il quadro che emerge dal report pubblicato il 14 ottobre 2026 da Confesercenti, la confederazione italiana del commercio e dei servizi, che ha acceso i riflettori su un fenomeno che non è solo una crisi economica, ma un cambiamento profondo nel modo in cui gli italiani vivono i propri territori. La desertificazione commerciale non è più una metafora: è una realtà misurabile, comune per comune.
Cosa dicono davvero i numeri di Confesercenti
Il dato più citato — 111mila esercizi di commercio al dettaglio scomparsi — è solo una parte del bilancio complessivo. A questi si aggiungono 24mila bar chiusi nello stesso arco temporale, per un totale che supera le 140mila unità. Non si tratta di semplici statistiche aggregate: dietro ogni numero c’è un negozio che non apre più la mattina, un barista che non serve il caffè delle sette, una comunità che perde un punto di riferimento quotidiano.
Particolarmente significativa è la composizione delle chiusure. Circa 72mila delle attività scomparse erano esercizi di prossimità essenziali: panetterie, macellerie, tabaccherie, parrucchieri, distributori di carburante. Non parliamo di boutique di lusso o negozi di nicchia, ma di servizi che molte famiglie — soprattutto anziani e persone senza auto — usano ogni giorno.
I piccoli comuni pagano il prezzo più alto
La desertificazione commerciale colpisce in modo disomogeneo il territorio nazionale. Il dato più allarmante riguarda i comuni più piccoli: 5.103 municipi hanno perso almeno una tipologia di servizio di prossimità che in precedenza era presente. Un numero che corrisponde a una larga fetta dei comuni italiani — molti dei quali già fragili sul piano demografico e infrastrutturale.
Le cifre per singola categoria sono ancora più eloquenti. Oggi in Italia esistono 1.064 comuni senza nemmeno un negozio alimentare, 566 comuni senza un bar e oltre 2.500 comuni senza un distributore di carburante. Quest’ultimo dato è particolarmente critico in zone montane o rurali dove la mobilità privata non è un’opzione, è una necessità.
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Un dettaglio che vale la pena sottolineare: tutti e 566 i comuni privi di bar hanno meno di 5.000 abitanti. Non è una coincidenza — è la fotografia di un modello economico che ha smesso di essere sostenibile per i centri più piccoli, dove i margini sono risicati, i clienti pochi e il ricambio generazionale degli imprenditori quasi inesistente.
Perché chiudono i negozi: le cause strutturali
La desertificazione commerciale non nasce dal nulla. Dietro le chiusure si intrecciano almeno tre dinamiche strutturali che si alimentano a vicenda.
- Lo spopolamento dei piccoli centri: meno residenti significa meno clienti, e sotto una certa soglia il negozio smette di coprire i costi fissi. È un circolo vizioso: il negozio chiude, il paese diventa meno attrattivo, altri residenti se ne vanno.
- La crescita dell’e-commerce: tra il 2019 e il 2025 gli acquisti online hanno accelerato in modo significativo, sottraendo volumi di vendita ai negozi fisici — soprattutto in categorie come abbigliamento, elettronica e prodotti per la casa.
- L’aumento dei costi fissi: affitti, energia, burocrazia e costo del lavoro hanno eroso i margini di molti esercenti che, dopo la pandemia, non hanno mai recuperato i livelli di fatturato pre-crisi.
Questi fattori si sommano in modo particolarmente aggressivo nei comuni sotto i 5.000 abitanti, dove non esiste la massa critica di consumatori necessaria ad ammortizzare i costi.
Il commercio di prossimità non è solo un fatto economico
C’è una dimensione del problema che i numeri faticano a catturare: quella sociale. Un bar non è solo un posto dove si beve un caffè — è spesso l’unico spazio di aggregazione di un piccolo paese, il luogo dove gli anziani si incontrano, dove si leggono i giornali, dove si scambiano informazioni. Una tabaccheria non vende solo sigarette: distribuisce documenti, raccoglie pagamenti, fornisce servizi postali.
Quando queste attività chiudono, il tessuto connettivo di una comunità si logora. Nico Gronchi, presidente di Confesercenti, ha posto questo tema al centro della denuncia pubblica dell’organizzazione: la perdita di attività commerciali nei piccoli centri non è solo una questione di PIL locale, è una questione di qualità della vita e di coesione territoriale.
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Il report di Confesercenti — disponibile sul sito ufficiale dell’organizzazione — parla esplicitamente di “due comuni su tre” che hanno perso almeno un servizio essenziale di prossimità, una formula che rende immediatamente percepibile la portata geografica del fenomeno.
Cosa si può fare: la strada delle politiche pubbliche
Il report non è solo un atto di denuncia: è anche una chiamata all’azione. La desertificazione commerciale, secondo Confesercenti, richiede interventi strutturali che vadano oltre i bonus una tantum o le agevolazioni fiscali temporanee.
Le leve su cui agire sono diverse:
- Incentivi fiscali stabili per chi apre o mantiene attività in comuni sotto una certa soglia demografica — non contributi a pioggia, ma sgravi strutturali legati alla presenza continuativa sul territorio.
- Revisione delle normative urbanistiche che in molti casi favoriscono le grandi superfici di vendita rispetto agli esercizi di vicinato, alterando la concorrenza in modo non neutro.
- Politiche attive per il ricambio generazionale: molte chiusure non dipendono dal fallimento dell’attività, ma dal fatto che il titolare va in pensione e non trova un successore disposto ad accollarsi i rischi di un’impresa commerciale in un piccolo comune.
La questione non è semplice da risolvere, e non esiste una misura singola che possa invertire una tendenza radicata in dinamiche demografiche ed economiche profonde. Ma ignorare il fenomeno — come dimostrano i dati raccolti da Confesercenti — ha un costo reale, che si misura in comunità sempre più fragili e in un’Italia a due velocità sempre più marcata tra grandi centri urbani e periferie svuotate.
I 140mila esercizi scomparsi tra il 2019 e il 2025 non sono solo una statistica: sono la somma di altrettante storie imprenditoriali interrotte, di quartieri che hanno cambiato faccia, di abitudini quotidiane che non esistono più. Capire le cause — e agire su di esse con strumenti adeguati — è la sfida che il report di Confesercenti mette sul tavolo della politica economica italiana.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
