Quasi un negozio su tre in Italia ha già subito una spaccata. Non è una stima approssimativa: è il dato che emerge dal rapporto pubblicato il 13 ottobre 2026 da Confcommercio in collaborazione con Format Research, dedicato ai furti con spaccata nelle imprese del commercio e della ristorazione. Un fenomeno che non riguarda soltanto la sicurezza pubblica, ma colpisce direttamente il bilancio, la serenità e la continuità operativa di decine di migliaia di attività commerciali.
Il 34,8% delle imprese ha già fatto i conti con una spaccata
Il dato di partenza è netto: il 34,8% delle imprese del commercio e dei pubblici esercizi italiani ha già subito almeno un furto con spaccata. Tradotto in termini concreti, significa che più di un titolare su tre ha trovato la propria vetrina in frantumi, il registratore di cassa svuotato o il magazzino saccheggiato nel mezzo della notte.
Ma c’è un elemento ancora più preoccupante: tra chi ha già subito una spaccata, il 59,4% è stato colpito più di una volta. Il che significa che non si tratta di episodi isolati e casuali — una volta che un’attività viene individuata come bersaglio, il rischio di recidiva è concreto e statisticamente rilevante. Chi gestisce un negozio o un bar e ha già vissuto questa esperienza ha più di una probabilità su due di riviverla.
I furti con spaccata alle imprese non sono percepiti come un problema marginale nemmeno da chi non è ancora stato colpito. Un’impresa su due dichiara di temere di essere vittima di una spaccata nei prossimi mesi. Una quota che racconta quanto il clima di insicurezza sia diffuso e quanto stia pesando sulla vita quotidiana di chi gestisce un’attività commerciale.
Il crimine predatorio che cresce di più nel 2026
Il rapporto Confcommercio-Format Research non si limita a fotografare lo stato attuale: chiede anche agli imprenditori di valutare l’evoluzione del fenomeno. Il risultato è inequivocabile — il 38,9% degli intervistati indica i furti con spaccata come il reato predatorio cresciuto di più nel corso del 2026.
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Non si tratta di una percezione soggettiva o di un allarme emotivo: è la valutazione diretta di chi gestisce un’attività, osserva il territorio ogni giorno e conosce la propria zona commerciale meglio di qualsiasi statistica aggregata. Quando quasi quattro imprenditori su dieci indicano lo stesso fenomeno come quello in maggiore espansione, il segnale è difficile da ignorare.
I furti con spaccata alle imprese si distinguono dagli altri reati predatori per la loro natura dirompente: richiedono pochi minuti, causano danni immediati non solo al patrimonio rubato ma anche alle strutture fisiche — vetrine, infissi, serramenti, sistemi di allarme — e lasciano un impatto psicologico duraturo su titolari e dipendenti. La velocità di esecuzione li rende difficili da prevenire con i soli presidi tradizionali.
Quasi 3.000 euro di investimento medio in sicurezza: chi paga il conto
Di fronte a questo scenario, le imprese stanno reagendo. Il 42,4% delle attività ha effettuato investimenti aggiuntivi in sistemi di sicurezza, con una spesa media di 2.950 euro per impresa. Una cifra che, moltiplicata per le decine di migliaia di attività commerciali presenti sul territorio nazionale, rappresenta un onere economico complessivo di proporzioni rilevanti.
Questi 2.950 euro non sono un investimento produttivo nel senso tradizionale del termine: non aumentano il fatturato, non migliorano l’offerta, non fidelizzano i clienti. Sono un costo difensivo — denaro che le imprese sono costrette a sottrarre ad altri capitoli di spesa per proteggersi da un rischio che, come mostrano i dati, si sta concretizzando con frequenza crescente.
Per un piccolo esercizio commerciale con margini ridotti — una tabaccheria, un bar di quartiere, una boutique indipendente — quasi tremila euro di spesa straordinaria in sicurezza possono rappresentare settimane di utile netto. Il paradosso è evidente: le imprese pagano due volte, prima quando vengono colpite dalla spaccata, poi quando devono investire per evitare di esserlo di nuovo.
Cosa dicono i presidenti locali di Confcommercio
A livello territoriale, il rapporto ha trovato immediata risonanza. Augusto Patrignani, presidente di Confcommercio cesenate, e Angelo Malossi, presidente di Fipe Confcommercio cesenate, hanno sottolineato come il fenomeno delle spaccate ai negozi e ai pubblici esercizi stia diventando una vera emergenza per le imprese locali — un segnale che il problema non è concentrato nelle grandi metropoli ma attraversa l’intero tessuto commerciale del paese.
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La dimensione locale della questione è rilevante: le spaccate colpiscono spesso attività di prossimità, quelle che costituiscono il presidio economico e sociale dei quartieri e dei centri storici. Quando un negozio chiude o riduce gli orari per paura, non perde soltanto un’impresa — si indebolisce l’intero ecosistema commerciale di una zona.
Il peso economico che non appare nei bilanci
I 2.950 euro di investimento medio in sicurezza sono il costo visibile e quantificabile. Ma il rapporto Confcommercio-Format Research mette in luce anche un costo sommerso: quello legato alla percezione del rischio e alle decisioni che ne derivano.
Un imprenditore che teme una spaccata può scegliere di ridurre la merce esposta, di non aprire certi giorni, di non fare cassa in negozio, di rinunciare a determinati orari serali. Sono scelte razionali di fronte a un rischio reale, ma che comprimono il potenziale commerciale dell’attività. Il costo di queste rinunce non compare in nessun bilancio, ma esiste — e si accumula nel tempo.
Il fatto che una impresa su due dichiari di temere una spaccata nei prossimi mesi significa che questa compressione dell’attività è già in corso su larga scala. Le imprese stanno adattando il proprio comportamento a un rischio percepito come elevato e concreto — e questo adattamento ha un prezzo economico reale, anche quando la spaccata non avviene.
Il rapporto completo è disponibile sul sito ufficiale di Confcommercio, che ha reso pubblici tutti i dati della ricerca condotta con Format Research.
I numeri del rapporto Confcommercio disegnano un quadro in cui i furti con spaccata alle imprese non sono più un’emergenza episodica ma una variabile strutturale con cui il commercio italiano deve fare i conti — nei bilanci, nelle scelte operative e nelle richieste che le associazioni di categoria porteranno sempre più spesso ai tavoli istituzionali nei mesi a venire.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
