Il Private Equity come strumento di finanziamento

Il termine “Investimento Istituzionale nel Capitale di Rischio” intende l’apporto di risorse finanziarie da parte di operatori specializzati, sotto forma di partecipazioni al capitale azionario o di sottoscrizione di titoli obbligazionari convertibili in azioni, per un arco temporale medio – lungo, in aziende dotate di un progetto e di un potenziale di sviluppo. Congiuntamente ai mezzi finanziari, l’investitore istituzionale[1] offre esperienze professionali, competenze tecnico – manageriali ed una rete di contatti con altri investitori ed istituzioni finanziarie.

L’attività di investimento istituzionale nel capitale di rischio viene generalmente definita con i termini venture capital[2] e private equity[3]. L’obiettivo dell’investitore istituzionale è quello di realizzare, nel medio termine, un importante guadagno di capitale (capital gain) attraverso la cessione della partecipazione acquisita. Per ‘guadagno di capitale’ si intende l’incremento del valore della partecipazione maturato dal momento dell’assunzione della partecipazione a quello della cessione e della monetizzazione della stessa.

In generale, il buon esito dell’intervento è determinato dalla capacità dell’investitore di contribuire a creare valore all’interno dell’impresa, generando, così, nella maggior parte dei casi, ricchezza anche per l’intero tessuto economico e imprenditoriale del paese.

L’investitore istituzionale concentra la sua attenzione sui progetti caratterizzati da un elevato potenziale di sviluppo, cioè su iniziative per le quali l’apporto di capitale e di competenza professionale da parte sua possa accelerare il processo di creazione di valore.

L’investitore, in particolare, tenderà a privilegiare :

  • imprese con un valido progetto di sviluppo e con prospettive di crescita sia dimensionale, che reddituale;
  • imprese guidate da un imprenditore valido, che si dimostri determinato, ambizioso e corretto nella realizzazione del progetto di sviluppo;
  • imprese con un buon management, formato da persone con consolidata esperienza e con conoscenza specifica del settore;
  • imprese per le quali sia possibile prevedere in prospettiva una modalità di disinvestimento, che consenta di facilitare il realizzo del capital gain.

Oltre agli strumenti utilizzati nelle operazioni tradizionali di finanziamento (analisi dei bilanci, modelli di analisi finanziaria, analisi d’azienda), l’investitore nel capitale di rischio :

  • giudica la competenza dell’imprenditore e del management, investendo nel team che ha maggiori capacità di realizzare un progetto di sviluppo, piuttosto che nel progetto stesso;
  • valuta l’andamento del mercato e le reazioni della domanda all’introduzione di una nuova tecnologia o di un prodotto/servizio innovativo, al fine di capirne lo sviluppo potenziale;
  • cerca di stimare le tendenze, osservando con attenzione l’evoluzione dei settori più competitivi ed ascoltando le opinioni degli esperti.

L’obiettivo è di selezionare le iniziative imprenditoriali ‘vincenti’, che consentano di realizzare un guadagno elevato nel medio termine.

Ma cosa chiede l’investitore all’impresa?

L’investitore :

  • partecipa alle scelte strategiche dell’azienda, limitando il suo intervento alle decisioni che possono modificare la combinazione prodotto/mercato/tecnologia su cui si basa l’azienda e alle decisioni di investimento più significative;
  • lascia al socio imprenditore e/o al gruppo dirigente piena autonomia nella gestione operativa quotidiana dell’azienda;
  • nel rapporto con l’imprenditore, vuole la disponibilità ad un colloquio leale, aperto e costruttivo, ed una totale trasparenza, nell’interesse dello sviluppo aziendale.

Cosa offre in cambio l’investitore istituzionale?

A differenza delle tradizionali forme di finanziamento, come il ricorso al capitale di debito, la partecipazione al capitale di rischio di investitori istituzionali richiede uno stretto rapporto di collaborazione tra l’imprenditore e l’investitore istituzionale che condivide il rischio di impresa ed è cointeressato al successo dell’impresa stessa. Oltre al capitale, l’investitore apporta competenze professionali strategiche, finanziarie, di marketing, di organizzazione, manageriali e offre una rete di contatti utili, finanziari e non, in ambito nazionale ed internazionale. Il rapporto costruttivo tra imprenditore ed investitori istituzionali è fondamentale per esaltare queste competenze.

In concreto, cosa cambia per l’impresa?

L’apertura del capitale di un’impresa ad un socio istituzionale, determina, generalmente, una serie di cambiamenti importanti. Per raggiungere il suo obiettivo l’investitore eserciterà un’azione tendente ad elevare la trasparenza e la qualità nella comunicazione dell’impresa, a professionalizzarne la gestione e l’organizzazione, a far introdurre o evolvere sistemi di pianificazione e controllo e di monitoraggio dei risultati aziendali.

Sarà necessario, magari gradualmente, realizzare :

  • la netta separazione tra il patrimonio famigliare e quello aziendale;
  • la revisione del bilancio;
  • l’introduzione di sistemi di budgeting e di controllo di gestione;
  • performance dell’impresa.

Ma quali sono i vantaggi ‘non finanziari’ dell’intervento di un investitore di private equity?

Oltre agli apporti più strettamente finanziari, alcuni specifici vantaggi che possono essere ottenuti grazie alla partecipazione al capitale di un investitore istituzionale sono :

  • collaborazione nel tracciare una strategia di sviluppo e nel perseguirla, sfruttando le occasioni di crescita esterna, attraverso acquisizioni, fusioni, joint – venture con altre imprese del settore;
  • maggiore funzionalità della compagine sociale, che facilita anche la eventuale liquidazione dei soci che non sono più interessati a partecipare all’impresa, senza drenare risorse della società;
  • un contributo alla realizzazione di una gestione più professionale e manageriale, attraverso l’attenuazione degli eventuali condizionamenti che provengono dalla sfera degli interessi professionali e familiari e, comunque, la migliore o più professionale regolamentazione dei rapporti impresa – famiglia;
  • crescita del potere contrattuale dell’impresa, grazie alla presenza dell’investitore come azionista di rilievo;
  • miglioramento dell’immagine dell’impresa nei confronti delle banche e del mercato finanziario, che eleva l’affidabilità finanziaria dell’impresa e agevola il reperimento di finanziamenti anche per lo sviluppo del capitale circolante;
  • maggiore capacità di attrarre management capace ed esperto.

Qual’ è la differenza tra un finanziamento attraverso private equity ed uno di tipo  tradizionale?

Ogni imprenditore, generalmente, conosce le regole del finanziamento di tipo tradizionale. Egli sa, dunque, che la capacità di ripagare il debito, sotto forma di quota capitale e di interessi, è garantita dal patrimonio aziendale, e talvolta dai suoi beni personali. Nel caso in cui risulti impossibile restituire il rimborso del prestito, la banca può chiedere che l’azienda venga messa in liquidazione e può rivalersi sul suo attivo. L’investitore nel capitale di rischio, invece, non chiede garanzie, ma si accolla una parte del rischio di impresa come gli altri azionisti. Le banche, d’altra parte, in qualità di fornitori di capitale di debito, non sono direttamente interessate alla creazione di valore dell’impresa, ma solo alla solvibilità finanziaria, mentre l’investitore, che condivide con l’imprenditore l’incremento di valore della partecipazione, farà di tutto per aiutare la crescita dell’impresa.

Perché cercare capitale di rischio?

Rispondere a questa domanda significa valutare, in primo luogo, il fabbisogno finanziario dell’impresa lungo il suo ciclo di vita.

Ogni impresa necessita di adeguate risorse finanziarie legate alla fase del ciclo di vita nella quale si trova. E’ possibile mettere in relazione le due variabili (ciclo di vita e fabbisogno finanziario) e sintetizzarle nella tabella che segue.

Tab. 2.1. Ciclo di vita dell’impresa fabbisogni finanziari.

  Stadio Iniziale Sviluppo Espansione Maturità
Fasi dei diversi Costituzione Azienda; Inizio produzione. Costituzione canali Consolidamento
stadi del ciclo svilippo prodotto e Introduzione sul di vendita e penetrazione del struttura aziendale.
di vita assetto produttivo. mercato. mercato.  
Problemi Perplessità finanziatore; Rischi finanziatore e Crescita della Difficoltà gestione
ricorrenti ricerca management. rischio personale. competizione. crescita.
Profilo reddituale Perdita. Utile. Utile Consolidamento utile.
Fabbisogno Crescita fabbisogno Crescita fabbisogno Riduzione fabbisogno Autosufficienza
finanziario finanziario. esterno. esterno. finanziaria.
Selezione delle Capitale fondatore; Capitale fondatore Autofinanziamento Capitale di debito
fonti di Capitale pubblico e      
finanziamento business angels.      
    Investitori Allargamento e Consolidamento
    Istituzionale diversificazione capitale di debito
      del debito. e mercati mobiliari

Fonte : Dabrassi Prandi Cinzia, I servizi finanziari alle imprese, Dispensa didattica A.A. 2007 – 2008.

Tab. 2.2. Tipologia degli investimenti, ammontare del fabbisogno finanziario ed operatori interessati.

  Tipologia degli Grado liquidità Ammontare fabbisogno Rischio Associato Operatori
investimenti investimenti finanziario    interessati
Start up Materiali e Capitale fisso Contenuto Molto elevato Incubatori;
  Immateriali       Business Angels.
Fase di avvio Materiali Fisso e Circolante Elevato Molto elevato Venture Capital.
Fase di primo sviluppo Materiali Capitale Circolante Elevato Elevato Venture Capital.
Fase di crescita Materiali e Capitale Fisso e Elevato Elevato Borsa;
  Immateriali Capitale Circolante     Banche.
Fase di consolidamento/ Materiali e Capitale Fisso e Medio e costante Medio Banche;
maturità Immateriali Capitale Circolante     Fondi Private Equity.

 Fonte : Dabrassi Prandi Cinzia, I servizi finanziari alle imprese, Dispensa didattica A.A. 07 – 08.

Tab. 2.3. Fabbisogno finanziario e variabili finanziarie.

Fabbisogno finanziario

Sviluppo fabbisogno Crescita fabbisogno Crescita fabbisogno Riduzione fabbisogno Autosufficienza finanziaria

             ↓                            ↓                                 ↓                               ↓

Variabili Finanziarie

  Tasso di sviluppo del fatturato Intensità del capitale Margine di autofinanziamento lordo su fatturato Cicli finanziario

Start up Basso / Crescente Alta / Decrescente Basso Saldi di cassa negativi
Fase di avvio Medio / Crescente Alta / Crescente Medio Saldi di cassa negativi
Fase di primo sviluppo Alto / Crescente Media / Crescente Medio Saldi di cassa prossimi al pareggio
Fase di crescita Alto / Stabile Media / Stabile Alto Saldi di cassa positivi
Fase di consolidamento / maturità Medio / Decrescente Basso / Stabile Alto Saldi di cassa positivi

Fonte : Dabrassi Prandi Cinzia, I servizi finanziari alle imprese, Dispensa didattica A.A. 07 – 08.

Il fabbisogno finanziario delle imprese italiane può essere soddisfatto da :

  1. Attore pubblico. Sentiero della via finanziaria allo sviluppo sostenuto attraverso la finanza agevolata e la leva fiscale;
  2. Sistema industriale. Sfruttamento della leva finanziaria, favorito dall’andamento dei tassi e dell’inflazione;
  3. Sistema finanziario. Attività di intermediazione creditizia come principale fonte di redditività delle banche;mancanza di intermediari specializzati e di mercati organizzati; collegamento degli intermediari non bancari al sistema bancario.

Da un sistema a “basso orientamento al mercato ed alto orientamento al debito bancario” siamo passato ad un riequilibrio fra le alternative “debito – equity” e “banche – mercato”.

Fattori acceleranti di tale processo :

  • cambio orientamento leva fiscale: fattore di stimolo e incentivo alla crescita dei mezzi propri delle aziende;
  • privatizzazione della Borsa Valori;
  • Testi unici di regolamentazione sistemi finanziari;
  • ridefinizione delle strategie di intervento di finanza agevolata.

Una certa convenienza economico – finanziaria per l’impresa e per i portatori di risorse,  esigenze di controllo dell’azienda ed implicazioni di ordine fiscale, hanno portato ad un  riequilibrio fra le alternative “debito – equity”.

I vantaggi dell’equity :

  • Prevenzione da eventuali restrizioni creditizie;
  • Volano erraticità flussi finanziari;
  • Crescita aziendale;
  • Vantaggi fiscali;
  • Reputation;
  • Accesso a network

→ Private Equity o Public Equity.

Motivi della peculiarità della Struttura Finanziaria delle imprese italiane :

  • interventi di finanza agevolata e “premio fiscale” all’indebitamento;
  • ricorso sistematico al finanziamento bancario;
  • caratteristiche strutturali del sistema finanziario.

Il fabbisogno finanziario delle piccole e medie imprese può essere influenzato da :

  • accentramento decisioni finanziarie;
  • elevato costo dell’equity;
  • razionamento del credito;
  • Costo delle informazioni;
  • Opacità informativa.

Il fabbisogno finanziario delle piccole e medie imprese potrebbe essere visto sotto quattro aspetti :

    1. Strategie finanziarie;
    2. Politiche finanziarie:
    3. Procedure interne;
    4. Competenze.

Tab. 2.4. I punti salienti inerenti ‘Strategie Finanziarie’.

Strategie Finanziarie
Obiettivi generali per il leverage;
Rapporto con la finanza di famiglia;
Creazione di società finanziarie;
Creazione del gruppo di imprese;
Pianificazione della successione;
Organizzazione della funzione finanza.

Tab. 2.5. I punti salienti le ‘Politiche Finanziarie’.

Politiche finanziarie
Gestione delle aree finanziarie del bilancio;
Relations con il sistema finanziario:
Gestione dei servizi finanziari alla clientela;
Gestione del risk management process.

Tab. 2.6. Tipologia di procedure interne nell’ambito del fabbisogno finanziario.

Procedure Interne
Processo di pianificazione aziendale;
Budget complessivo e per aree aziendali;
Fiscal and financial planning;
Processo di controllo e di auditing.

Tab. 2.7. Differenziazione delle competenze.

Competenze
Competenze di relation con il sistema finanziario;
Competenze di management finanziario;
Competenze specialistiche di prodotto.

Il ‘Fabbisogno finanziario’ di lungo periodo è costituito da :

  1. Investimenti in immobilizzazioni tecniche materiali, immateriali, R&S; e in partecipazioni;
  2. Parte stabile del circolante:

            – Rimanenze e crediti verso la clientela stabilmente legati all’azienda

            – Liquidità minima stabilmente necessaria per il regolare svolgimento dell’attività aziendale.

Il ‘Fabbisogno finanziario’ di breve periodo deriva dalle  oscillazioni di attività circolanti (cassa, rimanenze, crediti) connesse con le operazioni di gestione ordinaria.

La copertura del fabbisogno finanziario è offerta da :

  • Capitale e autofinanziamento (Mezzi Propri);
  • Debiti di finanziamento (debiti a breve e medio – lungo termine, obbligazioni);
  • Debiti di funzionamento (debiti di fornitura).

Le modalità di copertura del fabbisogno finanziario devono essere coerenti in termini di scadenza media rispetto all’orizzonte temporale del fabbisogno finanziario.

Fabbisogno finanziario di medio – lungo periodo. Parte permanente del fabbisogno circolante :

‘capitali permanenti’. Tali capitali possono suddividersi tra :

  • Autofinanziamento;
  • Mezzi propri;
  • Debiti a m-l termine.

Parte variabile del fabbisogno circolante : debiti a breve termine, suddivisi fra :

  • Debiti di fornitura;
  • Debiti di finanziamento.

L’analisi della dinamica finanziaria prevede quattro fasi fondamentali :

    1. analisi dei movimenti monetari;
    2. quantificazione del fabbisogno finanziario a breve;
    3. individuazione delle risorse;
    4. destinazione delle risorse

in modo da ottenere un’adeguata copertura del fabbisogno finanziario a breve.

La funzione d’uso principale dei finanziamenti a medio e lungo termine è quella di consentire all’impresa di avvalersi di beni materiali ed immateriali di ‘durata economica pluriennale’.

Le alternative che si prospettano sono essenzialmente riconducibili a :

  • Credito a medio lungo termine, con il quale si viene a disporre direttamente delle risorse finanziarie necessarie per l’acquisizione del bene (mutuo);
  • Locazione finanziaria, attraverso la quale si acquisisce la disponibilità del bene senza assumere lo status di proprietario (leasing).

La selezione della forma di finanziamento ottimale si ottiene attraverso l’esame del NPV netto del leasing :

  1. NPV  netto leasing > 0, leasing più conveniente;

>2.      NPV  netto leasing < 0, mutuo più conveniente,

ma anche attraverso l’analisi degli IRR netti, del leasing e del mutuo :

  1. IRR mutuo > IRR leasing, leasing più conveniente;
  2. IRR mutuo < IRR leasing, mutuo più conveniente.

Tornando allo strumento oggetto di studio, il private equity, è opportuno chiarire che l’imprenditore intenzionato ad affidarsi ad un investitore istituzionale, dovrebbe eseguire un esame approfondito della sua realtà aziendale, chiedendosi se è opportuno l’intervento di un investitore esterno e per quale motivo.

Se l’impresa è nelle prime fasi della sua vita, probabilmente si porrà il semplice problema di integrare i capitali iniziali per consentirne il decollo. Se l’impresa è già esistente, una questione preliminare di grande rilevanza è rappresentata dalla verifica del corretto impiego delle risorse interne. Spesso, situazioni di tensione finanziaria nascono da un’errata gestione delle fonti finanziarie[4] interne. Solo la certezza di avere ottimizzato l’impiego delle risorse interne[5] può far decidere di ricorrere a capitali freschi forniti da investitori istituzionali. Questi devono servire allo sviluppo e non al riequilibrio di squilibri aziendali che possono e debbono essere corretti con altri strumenti.

Quale sarebbe l’ammontare di capitale che l’investitore istituzionale dovrebbe apportare?

La questione, nella strutturazione dell’operazione, merita una particolare attenzione. Ciascun tipo di intervento, finalizzato al raggiungimento di obiettivi diversi (avvio, sviluppo, ristrutturazione della base azionaria…), è associato ad una specifica necessità finanziaria.

Le proiezioni economico – finanziarie, che definiscono l’ammontare del capitale richiesto, appaiono tanto più realistiche agli occhi degli investitori professionali che le analizzano quanto più chiare e attendibili vengono giudicate le logiche e le strategie aziendali che si pongono alla loro base.

Una volta valutato il fabbisogno finanziario del progetto, il tipo di impegno richiesto all’investitore istituzionale dipende dalla ripartizione tra capitale di rischio e capitale di debito, effettuata in  fase di previsione del fabbisogno stesso. In questa scelta è importante il giudizio dell’investitore stesso[6].

A chi dovrebbe rivolgersi un imprenditore per ottenere capitale di rischio?

Esistono diverse tipologie di investitori istituzionali, che si distinguono per la struttura giuridica ed organizzativa, per le strategie di raccolta e di investimento dei capitali e per le correlate scelte operative[7].

Un imprenditore alla ricerca di capitale di rischio può trovarsi numerosi investitori pronti a finanziare il suo progetto industriale. E’ bene che l’imprenditore si sforzi di individuare l’alternativa più adatta al suo caso, informandosi sulle caratteristiche e sulle preferenze in tema di investimento di ciascun operatore[8]. In questa scelta, può essere prezioso il ruolo di professionisti e consulenti.

Le principali categorie degli investitori presenti in Italia sono :

  1. operatori di emanazione bancaria;
  2. fondi chiusi italiani;
  3. fondi chiusi ed altri operatori internazionali;
  4. finanziarie di partecipazione di emanazione privata o industriale;
  5. operatori di emanazione pubblica.

Ma come si deve presentare un imprenditore ad un investitore istituzionale in capitale di rischio?

Il business plan[9] è il piano nel quale il progetto viene sviluppato. Esso rappresenta la base per la richiesta del capitale di rischio e quindi è il primo strumento di contatto con l’investitore istituzionale da parte dell’imprenditore. È importante, dunque,  dedicare cure ed attenzione all’elaborazione di questo documento che rappresenta il biglietto da visita dell’imprenditore, dell’impresa e del progetto in questione.

Come accennato nel primo capitolo, il nostro Paese ha perso competitività nel corso dell’ultimo decennio (2000 – 2008), con eccezione del biennio 2005 – 2006 nel quale c’è stato un lieve miglioramento a livello congiunturale.

Le cause, come accennato in precedenza, sono molteplici. Quella principale può essere vista nel cambiamento del regime di funzionamento dell’economia italiana : un sistema monetario europeo unificato (entrata in vigore della moneta unica europea), Ict[10] ed, infine, il peso crescente delle economie emergenti (Cina, India in testa). Inoltre un’inadeguata struttura dimensionale delle imprese italiane (malgrado la presenza di alcuni grandi gruppi, tra cui Fiat Group S.p.A., Unicredit Group e pochi altri ancora) e la specializzazione in attività tradizionali e a basso valore aggiunto, hanno fatto si che il sistema – paese ne risentisse.

Ma quali possono essere gli ostacoli alla ripresa?

Ci sono vari elementi che possono ostacolare il cambiamento :

  1. inefficienza dei servizi alle imprese (e alle famiglie per quanto riguarda il lato dei consumi);
  2. esternalità negative (istruzione, R&S;, infrastrutture materiali ed immateriali, P.A. …);
  3. politiche economiche discorsive (es. ‘finanziamenti a pioggia’ a favore di imprese poco o per nulla competitive nel mercato di riferimento);
  4. rigidità degli assetti proprietari, tipico di un capitalismo prevalentemente famigliare, che implica delle difficoltà nella crescita e nello sviluppo delle imprese italiane. Da qui, la necessità di avere un mercato ed attori finanziari efficienti in grado di offrire servizi adeguati alle imprese che ne richiedano per superare la rigidità di tali assetti proprietari (Corporate Finance[11]).

Come sarebbe possibile intervenire per aiutare le imprese, soprattutto le PMI, a superare questa situazione e creare valore aggiunto, per sé e per il sistema – paese nel quale operano?

Una possibile via d’uscita potrebbe essere quella di ricorrere, attraverso adeguate politiche ed incentivi, al private equity[12], che consentirebbe :

  • un’apertura graduale del capitale (essenziale per : evoluzione del modello di specializzazione; passaggio generazionale);
  • innovazione manageriale – organizzativa;
  • sostegno ai progetti innovativi (che favorirebbe l’evoluzione del modello di specializzazione);
  • conseguente sfruttamento delle opportunità di crescita.

E’ opportuno segnalare che lo strumento private equity, a livello nazionale, presenti dei limiti, soprattutto rispetto all’Europa a 15. In particolare :

  • numero ancora limitato di operatori;
  • numero ancora più limitato di operazioni;
  • marginalità di operazioni quali early stage venture capital (scarsa concorrenza sul lato dell’offerta);
  • infine, vi sarebbe un dubbio impatto a livello macro.

Le possibili soluzioni ai limiti sopra citati possono essere :

  • definizione di una policy specifica per gli intervento di private equity;
  • spazi per l’intervento pubblico[13], in particolare :  presenza di fondi di fondi oppure di fondi sovrani come canale alternativo per le imprese; allentamento di vincoli normativi quali quote di maggioranza, limiti temporali, tempo di permanenza; infine, costruzione di uno specifico mercato per l’exit potrebbe favorire l’intervento di investitori istituzionali nel fornire capitale di rischio.

Ma quale potrebbe essere l’impatto economico del Private Equity sul sistema imprenditoriale italiano?

L’attività di investimento istituzionale in capitale di rischio (private equity e venture capital) rappresenta un importante motore di sviluppo sia quando è svolta nei confronti di aziende in fase di avvio, sia se riferita a situazioni di sviluppo oppure di riorganizzazione.

Il private equity rappresenta uno strumento in grado di accelerare e favorire la creazione di valore della singola impresa partecipata, con delle ricadute positive sull’intera economia del Paese[14].

Diverse evidenze empiriche[15] hanno mostrato che il Private Equity sia in grado di generare un impatto positivo nelle realtà in cui si diffonde, contribuendo allo sviluppo non soltanto delle imprese oggetto di investimento, ma anche del tessuto economico in cui sono presenti.

Numerose ricerche[16] hanno evidenziato che le imprese partecipate da investitori istituzionali hanno avuto performance notevolmente superiori a quelle del mercato e, oltre divenire imprese ad alto tasso di sviluppo, hanno favorito la creazione di nuovi posti, sono state più propense ad effettuare investimenti e ad innescare, quindi, un importante circolo virtuoso all’interno del sistema imprenditoriale.

Ma nonostante l’impatto positivo[17], il livello attuale di accesso al capitale di rischio da parte delle piccole e medie imprese europee, e soprattutto italiane, è scarso, se confrontato con il contesto americano. Secondo i dati OECD[18], solo il 6% delle piccole e medie imprese con sede nei paesi dell’Unione Europea è stato oggetto di investimento nel capitale di rischio.

Nell’ambito del contesto nazionale, una ricerca realizzata dall’Università Carlo Cattaneo ha verificato gli effetti riconducibili alla permanenza dell’operatore istituzionale all’interno delle aziende oggetto di investimento. La ricerca ha analizzato operazioni di “capitali per lo sviluppo” realizzate nel periodo 1998 – 2004 e per le quali è stata portata a termine la fase di disinvestimento.

L’analisi in questione si è focalizzata su alcuni parametri economici per i quali sono state valutate le variazioni tra l’anno di investimento e quello di disinvestimento. I principali risultati evidenziano che :

  • la crescita media annua del fatturato delle imprese del campione, nel periodo di permanenza dell’operatore, è stata di circa il 30%;
  • per quanto riguarda il Margine Operativo Lordo (EBITDA),l’80% delle imprese ha migliorato la propria performance in termini di tale indicatore;
  • per quanto riguarda il capitale immobilizzato netto, inteso come parametro indicativo del livello di sviluppo della capacità produttiva, il 96% delle imprese ha incrementato i propri investimenti in capitale fisso.

Positivi anche i risultati di uno studio realizzato da A.I.F.I. in collaborazione con PricewaterhouseCoopers, sull’impatto economico del Private Equity in Italia. Per quel che riguarda il campione oggetto di analisi, sono state prese in considerazione 70 società oggetto di disinvestimento nel periodo 2002 – 2004. Si sono indagate, rispetto alle aziende in esame, le dinamiche dei parametri economico – finanziari dall’anno di investimento a quello del disinvestimento con evidenziazione, quindi, degli effetti della presenza dell’investitore istituzionale nella compagine sociale. Le variabili analizzate sono state : il fatturato, il margine operativo lordo ed i dipendenti.

I principali risultati emersi dall’analisi svolta da A.I.F.I./ PricewaterhouseCoopers hanno rilevato che :

  • i ricavi delle imprese campione sono aumentati quasi del 18%, rispetto ad un incremento di circa il 3 % rispetto al benchmark di riferimento;
  • il margine operativo lordo (EBITDA) è cresciuto di  circa il 10%, mentre le imprese del benchmark hanno fatto registrare un decremento del 4%;
  • il numero di dipendenti ha fatto registrare un incremento dell’8.5%, contro una crescita quasi nulla (+ 0,2%) per le imprese del benchmark.

Le evidenze descritte dimostrano indicazioni positive circa gli effetti associabili all’attività di investimento in capitale di rischio, a dimostrazione dell’impatto positivo del rapporto impresa – investitore istituzionale sull’azienda stessa. Tra gli altri, la diffusione del private equity ha anche l’effetto di favorire l’adozione di moderni sistemi e strumenti di governo delle imprese italiane, nelle quali si riscontra una specifica arretratezza in tema di corporate governance[19].

Infine, un’analisi sommaria sul mercato italiano[20] del private equity.

Il mercato italiano del private equity presenta alcune peculiarità, sia quantitative sia qualitative, che ne caratterizzano gli aspetti operativi e ne frenano lo sviluppo.

Le criticità del mercato sono riconducibili alle difficoltà di raccolta di capitali presso gli investitori istituzionali nazionali, al ridotto numero di operatori e di operazioni; allo scarso sviluppo di determinati segmenti (operazioni di start up e di turnaround); alla scarsissima presenza di operazioni di venture capital high – tech; oltre che alla scarsa diversificazione delle modalità di disinvestimento e alla disomogeneità territoriale degli interventi.

Nel primo capitolo di questo lavoro si è accennato al fatto che il tessuto imprenditoriale italiano fosse composto prevalentemente da PMI. Inoltre, le imprese italiane tendono ad essere sottocapitalizzate e gli imprenditori italiani aprono il capitale con riluttanza per paura di perdere il controllo, o quanto meno l’autonomia gestionale o l’indipendenza decisionale. E’ anche vero che il sistema economico – legislativo – fiscale non ha favorito fino ad oggi l’apertura del capitale e che l’indebitamento attraverso il sistema bancario (cioè capitale di debito) ha auto ed ha tuttora un costo mediamente inferiore a quello del capitale di rischio; infatti le imprese italiane hanno nel loro complesso una elevata dipendenza nei confronti del sistema bancario pari  al 50/60% delle risorse, contro, ad esempio, il 30% di Francia e Germania ed il 13% dell’Inghilterra.

In alternativa le imprese hanno fatto ricorso, se ed ove possibile, all’autofinanziamento, piuttosto che ad aprirsi ad investitori esterni, limitando così il proprio sviluppo.

Attualmente, il Private Equity costituisce  un’opportunità per le imprese soprattutto con l’avvento dell’accordo di Basilea 2.

Esistono, però, cause che frenano lo sviluppo dello strumento oggetto di studio. Cause legate alla cultura degli imprenditori italiani, che si identificano con la propria impresa, la vivono come una propria creatura e la conducono come se dovesse durare per sempre sotto il loro controllo e la loro gestione. Essi temono qualsiasi ingerenza in azienda, e ritengono che l’intervento di un investitore istituzionale possa rallentare il processo decisionale all’interno dell’azienda.

I presupposti psicologici che impediscono all’imprenditore di accedere al Private Equity sono anche altri. Normalmente l’investitore chiede spazio all’interno del C.d.A., cosa utile in ambito professionale, ma interpretata dall’imprenditore come un’intromissione.

Per quanto si affermi che il Private Equity abbia un comportamento ‘paziente’, molto spesso la visione di lungo termine dell’imprenditore contrasta con l’esigenza di un partner finanziario che, dando un certo apporto a livello di capitale di rischio, ha la necessità di rientrare dall’investimento entro un determinato tempo e con un margine congruo.

La creazione di valore che viene data come effetto dell’apporto di Private Equity o comunque dall’apertura del capitale, è considerato un elemento importante ma non sempre dell’imprenditore che privilegia altri aspetti, quali il controllo, l’autonomia gestionale e lo sbocco per i familiari.

Infine, così come ritengo che il Private Equity sia uno strumento utile alle PMI che vogliono svilupparsi, allo stesso modo rilevo che importare tale strumento nel nostro Paese con le stesse caratteristiche e modalità con cui viene adottato in un sistema profondamente diverso come quello anglosassone, ne ha limitato l’applicazione.

Lo strumento del private equity[21], come detto, rappresenta una modalità attraverso cui le  imprese  accedono al mercato dei capitali.  La quotazione in borsa è un’opzione percorribile solo in presenza di requisiti dimensionali o qualitativi non sempre posseduti, in particolare, dalle piccole e medie imprese. Inoltre, l’ingresso nel capitale di un investitore finanziario costituisce di frequente un opportuno passaggio intermedio, che agevola l’accesso ai mercati regolamentati. L’operatore di private equity non è infatti solo un veicolo di risorse finanziarie: è anche e soprattutto un partner che fornisce un valore aggiunto di competenze finanziarie e che contribuisce a far evolvere la gestione aziendale verso modelli più manageriali.

L’equilibrio tra equity e debt nelle fonti di finanziamento degli investimenti è una esigenza particolarmente presente quando l’impresa realizza investimenti innovativi che aumentano il complessivo profilo di rischio/rendimento: questo è tipicamente il caso di innovazioni che si esprimono in attivi immateriali, quali quelli che rappresentano diritti di proprietà intellettuale.

Il confronto tra sistemi nei quali i circuiti di finanziamento delle imprese sono prevalentemente gestiti da intermediari bancari e quelli nei quali è invece prevalente il mercato dei capitali (modello anglosassone) è stato a lungo oggetto di analisi. La distinzione tra i sistemi è in via di superamento, per effetto della crescente integrazione dei mercati e della armonizzazione normativa attuata con gli accordi di Basilea.

Basti pensare, in particolare, al rilievo che assumerà il sistema dei rating interni nella determinazione dell’assorbimento patrimoniale a fronte del credito erogato dalle banche: si tratta in sostanza di un sistema che replica nei processi decisionali interni delle banche una logica di valutazione tipica dei mercati finanziari per quanto riguarda sia il merito di credito che il pricing applicato per tener conto del premio per il rischio.

La definizione di private equity comprende tutte le forme di investimento nel capitale di rischio di aziende non quotate, effettuate da investitori finanziari specializzati – generalmente fondi di investimento chiusi –  sia attraverso l’acquisto o la sottoscrizione di azioni o quote di capitale, sia tramite titoli obbligazionari convertibili o altri strumenti finanziari assimilabili.

Si parla normalmente di venture capital per le operazioni che hanno lo scopo di finanziare l’avvio o lo sviluppo dell’impresa, di buy-out o di replacement per le operazioni che comportano l’acquisto del controllo di aziende esistenti, ovvero di quote del capitale nell’ambito della ricomposizione dell’assetto proprietario o del passaggio generazionale.

Gli investimenti degli operatori di private equity possono essere indirizzati all’acquisizione di quote di maggioranza o di minoranza. Nel primo caso l’investitore decide autonomamente le strategie d’impresa, avvalendosi di un management team di fiducia, che può essere costituito da risorse già presenti in azienda prima dell’acquisizione o da figure immesse dall’esterno,  Nel caso degli investimenti di minoranza l’operazione viene realizzata sulla base di un rapporto contrattuale con l’imprenditore che detiene la maggioranza del capitale dell’azienda, il quale continua normalmente a svolgere un ruolo operativo nella gestione.

Gli aspetti chiave su cui si fonda la valutazione e la strutturazione di un’operazione di private equity possono essere così sintetizzati:

  • individuazione dei driver di creazione di valore presenti nel business, attraverso la corretta analisi dei punti di forza e di debolezza;
  • predisposizione di un piano d’impresa basato su ipotesi credibili ed analiticamente valutate;
  • definizione di adeguate regole di governance, attraverso patti parasociali e statuto;
  • corretta individuazione delle modalità di disinvestimento (way-out) da parte dell’investitore finanziario, in un orizzonte temporale normalmente collocato entro i cinque anni;
  • condivisione di una corretta metodologia di valutazione dell’azienda al momento dell’investimento

L’obiettivo è di massimizzare nel medio termine il rendimento degli investimenti realizzati. L’orizzonte temporale di detenzione delle partecipazioni acquisite normalmente si colloca entro cinque anni.

La creazione di valore è misurata in termini di IRR, indicatore che esprime il tasso interno di rendimento dell’investimento. Nella sostanza, l’IRR atteso deriva dal confronto tra la valutazione dell’azienda al momento dell’investimento ed il valore futuro stimato alla presumibile data del disinvestimento.                                                                                                                                   Gli investitori finanziari hanno interesse verso aziende che abbiano prospettive di generare un IRR almeno in linea con i rendimenti medi di mercato per investimenti nel capitale di rischio. Da cosa dipende la capacità di un’azienda di generare ritorni superiori alle medie di mercato?   Credo che la risposta a questa domanda debba mettere al primo posto gli attivi immateriali. Ad essi sono infatti riconducibili le competenze distintive ed i fattori critici di successo. Da essi dipende inoltre la probabilità di successo di una strategia di sviluppo per linee interne e/o esterne.             Ulteriore requisito valutato dagli investitori è l’esistenza di un potenziale interesse di mercato per la proprietà delle aziende nelle quali investono: la domanda di mercato per la proprietà delle aziende consente di pianificare modalità efficaci di disinvestimento nel medio termine.  L’esperienza mette in evidenza come le doti di leadership di un’impresa nel mercato di riferimento o in segmenti di mercato e le sue competenze distintive siano determinanti per creare valore attraverso operazioni di mergers & acquisition.                                                                                                                         In quest’ottica, la difendibilità della proprietà intellettuale, nell’ambito degli attivi immateriali, rafforza la capacità dell’impresa di attivare gli strumenti tipici del mercato dei capitali, in primis il private equity, per sostenere le proprie strategie di sviluppo.                                                             L’analisi statistica delle aziende nelle quali hanno investito fondi di private equity mette in evidenza come il maggior numero di operazioni riguardi investimenti finalizzati allo sviluppo (expansion capital); l’interesse degli investitori ha altresì privilegiato aziende dotate di brand riconosciuti dal mercato, che normalmente riflettono competenze distintive.                Requisiti essenziali per le aziende che si rivolgono al mercato del private equity sono anche: chiara distinzione tra patrimonio aziendale e familiare;  disponibilità a considerare la possibilità di mutamento dell’assetto proprietario o cessione del controllo tra le opzioni future dell’azienda.        E’ fondamentale anche, soprattutto negli investimenti di minoranza, la definizione delle regole di governance, che riguardano principalmente i seguenti aspetti:

  • obbligo di condivisione con l’investitore delle decisioni aziendali più rilevanti e del piano d’impresa;
  • modalità di formazione e funzionamento degli organi sociali;
  • impegno di vendita congiunta in caso di cessione dell’azienda;
  • modalità di soluzione di eventuali situazioni di “stallo” su delibere a maggioranza qualificata;
  • realizzazione di un sistema di reporting sulla gestione accurato e tempestivo;
  • disciplina dei tempi e modi della vendita della partecipazione acquisita dall’investitore finanziario, tenendo presente che quest’ultimo è sempre un socio temporaneo.

 Le regole di governance non vanno viste come una “burocratizzazione” della gestione, ma come una crescita della cultura d’impresa sotto il profilo della managerialità e dell’orientamento alla creazione di valore. Infatti, la presenza di un investitore finanziario non si esaurisce nell’apporto di risorse  finanziarie, ma realizza una partnership finalizzata al perseguimento di obiettivi di sviluppo. Recenti studi hanno messo in evidenza come la eccessiva cristallizzazione degli assetti proprietari e la presenza di una governance aziendale poco evoluta siano tra i fattori che limitano la capacità competitiva. In tale ottica il ruolo degli investitori finanziari può contribuire a far superare alcuni degli ostacoli che condizionano lo sviluppo dell’impresa.                                                                   Il problema oggi per il mercato del capitale di rischio in Italia è nella carenza di opportunità di investimento, ossia è nella domanda di fondi, piuttosto che nell’offerta. Il mondo delle piccole e medie imprese, che si confronta con uno scenario competitivo sempre più difficile, ha forse bisogno di guardare con più coraggio alle possibilità offerte dal private equity. Tra i problemi che condizionano lo sviluppo del mercato del capitale di rischio particolare rilievo riveste la dimensione media limitata delle imprese. La difficoltà e, direi, la resistenza culturale ad affrontare percorsi di crescita anche attraverso fusioni e acquisizioni è un ostacolo rilevante anche per la realizzazione di progetti finalizzati al miglioramento della capacità competitiva. E’ stato più volte messo in evidenza come gli investimenti nella ricerca e sviluppo e nell’innovazione abbiano una correlazione positiva con la dimensione media delle imprese. Analoga correlazione positiva esiste con il mercato del capitale di rischio, che è uno dei veicoli fondamentali di finanziamento dell’innovazione.                                                                                                               Il legislatore ha riconosciuto la rilevanza degli strumenti di private equity e venture capital per l’innovazione e lo sviluppo delle PMI introducendo, con la legge 388/2000, lo strumento delle anticipazioni finanziarie finalizzate all’acquisizioni di partecipazioni temporanee e di minoranza.  E’ interessante notare come, pur nelle difficoltà di mercato, la performance media in termini di rendimenti realizzati dagli investitori di private equity sia migliorata, con un IRR lordo medio conseguito nei disinvestimenti attuati nel 2004 pari al 24,7%, contro il 17,8% del 2003. Le performance positive indicano una creazione di valore di tutto rilievo nelle aziende partecipate da investitori finanziari. Ciò significa miglioramento della capacità competitiva e sviluppo dell’impresa. Da tutto ciò non traggono vantaggio solo gli investitori finanziari ma anche, a maggior ragione, gli imprenditori che hanno fatto ricorso agli strumenti di investimento offerti dal private equity.                                                                                                                                             Aprire l’azienda al mercato dei capitali implica scelte impegnative per le piccole e medie imprese; l’esperienza dimostra in modo eloquente, tuttavia, come il gioco valga la candela.

[1] L’investitore istituzionale nel capitale di rischio è, per definizione, un socio temporaneo, seppur di medio – lungo termine, che, come tale, dovrà prima o poi cedere la partecipazione acquisita per realizzare il proprio obiettivo.

[2] Il venture capital vero e proprio si riferisce al finanziamento dell’avvio di nuove imprese.

Gli operatori attivi in tale mercato vengono definiti, genericamente, venture capitalist, indipendentemente dalla tipologia di operazione che pongono in essere.

[3] Il private equity comprende le operazioni di investimento realizzate in fasi del ciclo di vita delle aziende successiva a quella iniziale.

Gli operatori attivi in tale mercato vengono definiti private equity investors.

[4] In merito, si rimanda al capitolo 1 per approfondimenti.

[5] Per procedere ad una verifica dell’ottimizzazione delle risorse finanziarie interne è utile analizzare se :

  1. esistono validi sistemi di previsione dei flussi di cassa;
  2. si realizza un costante monitoraggio del fabbisogno del capitale circolante. A tal proposito, occorre valutare se si pianificano le scadenze di pagamento ai fornitori, si pianificano acquisti ed investimenti, si eseguono controlli accurati dei costi fissi, vengono esaminati i livelli delle scorte, vengono controllati e gestiti i crediti clienti.

[6] Sebbene non esista un imprenditore ideale, alcuni aspetti legati al suo carattere e alla sua esperienza costituiscono dei requisiti indispensabili per attrarre l’interesse dell’investitore. Requisiti importanti per la buona riuscita dell’operazione, ad esempio,  sono la credibilità del proponente l’iniziativa, il know  how maturato nel settore in cui si vuole operare, la capacità di leadership.

[7] In merito, è opportuno approfondire l’argomento prendendo in considerazione l’annuario (Yearbook) redatto dall’ AIFI – Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital.

In particolare, l’AIFI Yearbook 2007 dedica una sezione relativa ai membri dell’associazione (pag. 113) ed una ai membri associati (pag. 231).

La prima sezione, dedicata a tutti i membri dell’associazione, offre informazioni in merito ai contatti con l’investitore (indirizzo, recapito telefonico, sito web e soggetto contattabile), la struttura predisposta da quest’ultimo e la strategia di investimento.

La seconda sezione, riferita ai membri associati all’AIFI, fornisce solamente i contatti del membro (indirizzo, recapito telefonico, sito web e persona contattabile).

[8] Le principali aree di specializzazione degli investitori riguardano :

  1. settore industriale;
  2. area geografica;
  3. tipologia di operazione;
  4. dimensione dell’investimento;
  5. acquisizione di quote di minoranza o maggioranza.

[9] Il business plan è un documento economica – finanziario redatto dall’imprenditore/management per organizzare un’attività imprenditoriale ed implementare attività necessarie alla sua buona riuscita. In sostanza, tale documento tende a spiegare il modello di business dell’impresa.

Il business plan è usato internamente per la pianificazione e gestione dell’azienda, e esternamente per convincere terze parti come banche o altri investitori a finanziare l’impresa. Un business plan da presentare alla controparte deve contenere:

  1. Descrizione sommaria del progetto d’investimento ed illustrazione del tipo di impresa che si intende creare.
  2. Presentazione dell’imprenditore e del management (esperienze pregresse e ruoli nella nuova iniziativa).
  3. Indicazioni sul mercato, sulle caratteristiche della concorrenza e su fattori critici (punti di forza e punti di debolezza rispetto al mercato). Obiettivi di vendita ed organizzazione commerciale.
  4. Descrizione della fattibilità tecnica del progetto d’investimento relativamente al processo produttivo, alla necessità di investimenti in impianti, alla disponibilità di manodopera e di servizi quali trasporti, energie, telecomunicazioni, ecc…
  5. Piano di fattibilità economico – finanziaria quadriennale con indicazione del fabbisogno finanziario complessivo (per investimenti tecnici, immateriali e per capitale circolante) e delle relative coperture.
  6. Informazioni sulla redditività attesa dell’investimento e sui fattori di rischio che possono influenzarla negativamente, partendo da ipotesi realistiche e prudenziali.
  7. Indicazione degli investitori coinvolti e la proposta di partecipazione richiesta alla Finanziaria.
  8. Sintetica valutazione dell’impatto ambientale del progetto.
  9. Piano temporale di sviluppo delle attività.

Un business plan si compone di almeno tre parti fondamentali: una prima parte introduttiva in cui si presenta l’idea imprenditoriale e l’imprenditore stesso con le sue principali qualità; una seconda parte tecnico/operativa in cui si deve fornire un quadro chiaro di cosa si vuole fare, come e dove si vuole farlo; una terza parte in cui verranno inserite le previsioni economico/finanziarie.

Il Business Plan è uno strumento di gestione fondamentale, che si può utilizzare per diverse finalità:

Fornire una guida strategica.

  • valutare i punti di forza e debolezza e quindi individuare le strategie alternative praticabili;
  • stabilire un benchmark sulla base del quale poter valutare le decisioni ed i risultati aziendali futuri;
  • fornire le informazioni di base per costruire la struttura finanziaria di operazioni d’acquisizione;
  • reperire finanziamenti sotto forma di credito o di capitale di rischio (Private Equity, IPO, altri finanziamenti);
  • promuovere i rapporti con possibili partner in joint venture e con i più importanti clienti, fornitori e distributori.

Esistono alcuni “principi generali” che dovrebbero essere seguiti nella stesura del documento.

Un Business Plan completo dovrebbe comprendere i seguenti argomenti:

  •  Executive Summary;
  •  la società;
  •  i prodotti;
  •  l’analisi del settore;
  •  l’analisi di mercato;
  •  la strategia di marketing;
  •  la struttura del management;
  •  il piano di realizzazione;
  •  i capitali necessari;
  •  le informazioni finanziarie.

Un accenno all’Executive Summary, che rappresenta la sezione più importante del Business Plan, in quanto è il primo elemento esaminato dagli investitori che, in base al suo contenuto, decidono se procedere.

L’Executive Summary rappresenta l’elemento determinante per invogliare un investitore a dedicare più tempo al piano. È consigliabile redigere questa sezione per ultima, quando ogni capitolo sarà stato attentamente completato ed analizzato in tutte le sue parti. L’Executive Summary dovrebbe riportare in modo chiaro e conciso le informazioni di maggiore rilievo sull’azienda ed i vantaggi offerti

all’investitore. Questa sezione dovrà contenere alcune brevi considerazioni sui seguenti punti: la Società, il/i prodotto/i, il mercato, l’area finanziaria ed il management.

[10] Acronimo di Information and Communications Technologies, ovvero tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

[11] Ovvero ‘finanza d’impresa’.

Il termine anglosassone indica la politica delle imprese in relazione alle questioni finanziarie che la riguardano e che comprendono tra l’altro il reperimento di capitale, di rischio e di prestito; il risparmio d’impresa e la concessione di credito ai clienti.

[12] L’articolo apparso sul Sole 24 Ore nel febbraio 2008, titolato “Basilea 2 apre le PMI ai fondi” e firmato da Daniele Lepido, offre spunti interessanti in merito alle opportunità offerte al Private Equity dalle regole entrate in vigore al 1 gennaio 2008 con l’accordo vincolante di Basilea 2.

Rimando, inoltre, ad un altro articolo del Sole 24 Ore del novembre 2007, il cui titolo è “Le conquiste del Private Equity” e la firma di Marco Valsania. La penna in questione tratta delle strategie, definite d’attacco, dei fondi di Private Equity all’interno di vari settori dell’economia (il fondo Cerberus che acquista Chrysler per 7.4 miliardi di dollari; oppure la cordata Kkr – Tpg che  acquista Txu, colosso texano dell’energia; infine il fondo pensione degli insegnanti dell’Ontario, stato americano, ed i fondi, anch’essi di matrice statunitense, Providence Equity Partners e Madison Deaborn Partners che nel 2007 acquistarono Bell Canada, società di telecomunicazioni situata nella zona orientale del Canada.

[13] Consiglierei due letture, prese dal quotidiano ‘Il Sole 24 Ore’.

La prima lettura riguarda l’intervento dello Stato nel mercato attraverso fondi di investimento di matrice pubblica (i c.d. Sovereign wealth funds). Il titolo di rimando è “Fondi, nel mercato lo Stato è sovrano”, mentre la firma è di Mario Margiocco.

La seconda, per una visione più dettagliata, e riguardante l’intervento dei fondi sovrani nel settore petrolifero, rimando ad un altro articolo apparso sul Sole 24 Ore in data 18 Marzo 2008, titolato “Norvegia, sua maestà il Fondo”, e firmato da Marco Magrini. In questo articolo, l’autore spiega come i fondi sovrani di public equity possano intervenire nel mercato, in questo caso petrolifero, favorendone lo sviluppo.

[14] Ulteriori evidenze empiriche possono essere trovate in DEL GIUDICE, BOLLAZZI, Private Equity e medie imprese italiane, Quaderni sull’Investimento nel Capitale di Rischio, AIFI, Egea, Milano, 2007.

[15] BRACCHI, L’impatto del Private Equity sullo sviluppo economico, Convegno Annuale A.I.F.I. “Il Private Equity e la ripresa economica”, Milano, 2007.

[16] In merito, rimando a contatti istituzionali quali A.I.F.I. (Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital), a livello nazionale, oppure  EVCA (European Private Equity and Venture Capital Association), a livello europeo.

[17] In merito, si veda l’indagine realizzata dal Center for Entrepeneurial and financials studies dell’Università di Monaco per conto dell’EVCA (vedasi nota precedente).

[18] Acronimo di Organization for Economic Co-operation and Development.

[19] Il termine anglosassone indica il ‘governo dell’impresa’. La materia della governance aziendale è molto complessa ed è stata rivista con la riforma del diritto societario del 2003 (accanto ad un sistema di gestione tradizionale, abbiamo un sistema monistico ed uno dualistico).

[20] Il capitolo 4 di questo lavoro tratterà in modo sufficientemente approfondito, quindi questa sezione risulterà molto compressa.

[21] Per una maggiore comprensione in merito all’operatività dei Fondi di private equity, consiglio la lettura di due articoli apparsi sul quotidiano ‘Il Sole 24 Ore’, gli scorsi settembre ed ottobre del 2007.

Il primo, titolato “Mister Blackstone e l’inarrestabile shopping di hotel” e firmato da Mario Platero, evidenzia come i big  della finanza globale (in merito il fondo Blackstone) operano nel mercato, nel caso in questione nel settore del turismo (acquisto, da parte del fondo precedentemente menzionato, del gruppo Hilton).

Il secondo articolo preso in esame, titolato “Kravis, il visionario del private equity” e firmato da Mario Platero, mette in luce alcuni lati di Henry Kravis, fondatore della Kohlberg, Kravis and Roberts (Kkr), una delle prime società finanziarie a dedicarsi al Leveraged Buy Out (acquisto di società attraverso la leva finanziaria).