L'economia italiana ha perso 296 miliardi di euro in 5 anni secondo Confartigianato. Guerre, crisi energetiche e shock geopolitici hanno colpito le PMI italiane.
Guerre, crisi energetiche, tensioni geopolitiche: in cinque anni, tra il 2022 e il 2026, l’Italia ha pagato un conto salatissimo. Secondo i calcoli presentati da Confartigianato nella sua assemblea annuale di ottobre 2026, il costo complessivo di questi shock sull’economia italiana ammonta a una perdita di 296 miliardi di euro — una cifra che, se distribuita su ogni impresa artigiana e piccola realtà produttiva del Paese, pesa in modo concreto su fatturati, margini e occupazione.
Trecentomiliardi di euro di danni: da dove vengono
Il dato centrale dello studio di Confartigianato è preciso: 296,3 miliardi di euro di perdite cumulative nel quinquennio 2022-2026. Non si tratta di una stima vaga o di un calcolo teorico, ma di un’analisi che identifica tre canali principali attraverso cui l’economia italiana ha subito il colpo.
Il primo è il crollo delle esportazioni verso mercati strategici. La guerra in Ucraina ha praticamente azzerato gli scambi commerciali con Russia, Bielorussia e Ucraina stessa — mercati che per molte PMI italiane, soprattutto nel manifatturiero e nell’artigianato di qualità, rappresentavano sbocchi consolidati. A questo si aggiunge il rallentamento della Germania, primo partner commerciale dell’Italia, che negli ultimi anni ha attraversato una fase di stagnazione industriale profonda. E poi c’è il Medio Oriente, dove le tensioni hanno frenato scambi e investimenti.
Il secondo canale è quello energetico. L’impennata dei prezzi del gas e dell’elettricità, innescata dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, ha gonfiato in modo abnorme i costi di importazione di energia. Per un tessuto produttivo come quello italiano — fatto di piccole officine, laboratori artigiani, imprese manifatturiere a bassa capitalizzazione — bollette triplicate in pochi mesi hanno significato margini azzerati o attività chiuse.
Il terzo elemento riguarda l’aumento degli oneri finanziari sulle imprese. Il rialzo dei tassi d’interesse deciso dalla BCE per combattere l’inflazione ha reso il credito più caro, proprio nel momento in cui le aziende avevano più bisogno di liquidità per far fronte ai rincari energetici e alle interruzioni delle catene di fornitura.
Perché l’economia italiana perde 296 miliardi: la struttura del problema
Capire come si arriva a una perdita da 296 miliardi in cinque anni richiede di guardare alla struttura dell’economia italiana. Il Paese è fortemente esposto agli shock esterni per due ragioni strutturali: dipende dall’estero per gran parte del suo fabbisogno energetico e ha un tessuto produttivo composto in prevalenza da piccole e medie imprese, che hanno meno riserve finanziarie per assorbire i contraccolpi.
→ Leggi anche: Desertificazione commerciale: 111mila negozi scomparsi dal 2019, allarme Confesercenti
Le grandi multinazionali possono redistribuire i costi su più mercati, rinegoziare contratti energetici a lungo termine, accedere ai mercati di capitali internazionali. Un artigiano con cinque dipendenti non ha queste leve. Quando il gas costa tre volte di più, il margine si riduce e basta.
È in questo contesto che va letto il messaggio di Marco Granelli, presidente di Confartigianato, che ha presentato i dati all’assemblea annuale dell’associazione. Granelli ha chiesto esplicitamente una legge di bilancio centrata su crescita, produttività e capacità di creare occupazione — non una manovra di rattoppo, ma un cambio di impostazione strategica.
La richiesta di ridurre la pressione fiscale: cosa chiedono le imprese
Accanto alla denuncia delle perdite accumulate, Confartigianato ha messo sul tavolo una richiesta precisa: ridurre il differenziale di carico fiscale che grava sull’Italia. Granelli ha chiesto al governo di intervenire sul cuneo tra la pressione fiscale italiana e quella dei principali partner europei — un gap che penalizza la competitività delle imprese italiane, in particolare quelle di piccola dimensione.
Il ragionamento è diretto: se un’impresa tedesca o spagnola paga meno tasse a parità di fatturato, può reinvestire di più, assumere di più, innovare di più. Un’impresa italiana con lo stesso fatturato si ritrova con meno risorse disponibili, e questo si traduce in meno crescita nel lungo periodo.
La richiesta non è nuova — le associazioni di categoria la ripetono da anni — ma il contesto in cui arriva oggi è diverso. Dopo cinque anni di shock accumulati, il margine di tolleranza delle piccole imprese si è assottigliato. Non si parla di ottimizzare un business già solido: si parla di sopravvivenza per molte realtà produttive.
Cosa significa per chi lavora nel settore artigianale
I numeri aggregati come i 296,3 miliardi di perdite rischiano di restare astratti. Vale la pena tradurli in termini concreti. Un falegname che esportava mobili su misura in Russia ha perso quel mercato dall’oggi al domani nel 2022. Un’impresa di lavorazione dei metalli ha visto le bollette energetiche assorbire margini che prima andavano in investimenti o assunzioni. Una piccola azienda alimentare che vendeva in Germania ha sentito il rallentamento della domanda tedesca direttamente sugli ordini.
→ Leggi anche: Un terzo dei negozi italiani derubati con spaccata: il conto salato per i commercianti
Questi non sono casi ipotetici: sono le dinamiche che Confartigianato descrive quando parla di riduzione delle esportazioni verso mercati critici e di aumento dei costi energetici. Il conto da 296 miliardi è la somma di migliaia di situazioni simili, distribuite su tutto il territorio nazionale e su tutti i comparti dell’artigianato e della piccola industria.
Per approfondire il contesto macroeconomico in cui si inserisce questa analisi, è utile consultare i dati aggiornati dell’ISTAT sui conti nazionali, che offrono la cornice statistica ufficiale sull’andamento del PIL e della produzione italiana nel periodo considerato.
La legge di bilancio come banco di prova
L’assemblea di Confartigianato arriva in un momento politicamente rilevante: il governo è impegnato nella definizione della manovra finanziaria per il 2027. Le richieste di Granelli — crescita, produttività, riduzione della pressione fiscale — sono anche un messaggio diretto a chi sta scrivendo quella legge di bilancio.
La partita non è solo tecnica. Riguarda la scelta tra una manovra difensiva, che si limita a tenere i conti in ordine, e una manovra che prova a rimettere benzina nel motore di un’economia che, secondo i dati di Confartigianato, ha perso quasi 300 miliardi in cinque anni per ragioni in gran parte esterne al suo controllo.
Le guerre non si fermano per decreto, e i mercati internazionali non si riaprono con una firma. Ma la leva fiscale e quella degli investimenti pubblici restano nelle mani della politica economica nazionale. È su quelle che Confartigianato chiede di agire — con urgenza, e con una visione che vada oltre la gestione dell’emergenza.
Trecentomiliardi persi in cinque anni sono un dato che difficilmente può essere ignorato nel dibattito sulla prossima manovra. La domanda è se il governo sceglierà di rispondere con misure all’altezza della dimensione del problema, o se prevarrà la logica del rinvio che ha caratterizzato tanta parte della politica economica degli ultimi anni.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
