La legge di bilancio 2027 si apre con uno scontro frontale tra il governo e il sistema bancario italiano. Al centro della disputa c’è il prelievo banche manovra 2027: una richiesta da 10 miliardi di euro in tre anni che l’esecutivo intende imporre agli istituti di credito come contributo straordinario alla copertura della manovra. Una cifra che ha fatto scattare la protesta ufficiale dell’Associazione Bancaria Italiana, con argomenti che vanno dal piano economico fino a quello costituzionale.
Dieci miliardi: come si è arrivati a questa cifra
Il percorso che ha portato alla richiesta da 10 miliardi non è stato lineare. Nelle prime settimane di ottobre 2026, il vicepremier Matteo Salvini aveva parlato di un obiettivo iniziale compreso tra i 2 e i 3 miliardi di euro, con la possibilità di salire ad almeno 5 miliardi. Una soglia che, nelle settimane successive, si è ulteriormente alzata fino alla cifra attualmente sul tavolo.
Salvini aveva definito il contributo richiesto alle banche come “volontario, gioioso e spontaneo” — una formula che ha suscitato non poca ironia nel settore, considerato che di volontario, nei fatti, sembra esserci ben poco. La progressione dei numeri racconta da sola la traiettoria delle ambizioni fiscali del governo: da un obiettivo inizialmente contenuto si è passati rapidamente a una cifra tre volte superiore.
Il prelievo sarebbe spalmato su tre anni, ma l’entità complessiva rimane significativa. E il settore bancario lo sa bene.
L’Abi insorge: tra argomenti economici e richiami alla Costituzione
La reazione dell’Associazione Bancaria Italiana è stata netta. Il presidente Patuelli ha scelto un registro diretto, citando esplicitamente la Carta costituzionale: “La Costituzione prevede che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, non che qualcuno debba essere bastonato.”
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È una frase che colpisce per la sua durezza — e che individua con precisione il punto di attrito. L’Abi non nega che le banche debbano contribuire alle finanze pubbliche: contesta che questo contributo sia proporzionato, equo e costituzionalmente fondato. L’obiezione di fondo è che un prelievo straordinario su una categoria specifica, senza un criterio di capacità contributiva verificabile e condiviso, rischi di trasformarsi in una misura discriminatoria.
Le obiezioni costituzionali sollevate dall’associazione si inseriscono in un quadro già noto: non è la prima volta che un governo italiano tenta di attingere agli utili bancari attraverso misure straordinarie, e non è la prima volta che il settore risponde con ricorsi o pressioni politiche. Ma la forza del linguaggio usato da Patuelli segnala che questa volta la resistenza potrebbe essere più organizzata e determinata.
Il precedente del 2025: già 10 miliardi in tre anni
C’è un dato che l’Abi ha messo esplicitamente sul tavolo del confronto: banche e assicurazioni hanno già contribuito 10 miliardi di euro nell’arco di tre anni nel 2025. Ora il governo ne chiede altri 10, sempre distribuiti su tre anni.
Questo significa che, sommando i due interventi, il sistema finanziario italiano si troverebbe a versare 20 miliardi di euro complessivi in un arco temporale relativamente breve. Una pressione che l’Abi considera insostenibile — o quantomeno sproporzionata rispetto a quanto richiesto ad altri settori economici.
Il confronto con il precedente del 2025 è cruciale per capire il tono dello scontro attuale. Non si tratta di un settore che si oppone per principio a qualsiasi contribuzione straordinaria: si tratta di un settore che sostiene di aver già pagato il suo conto, e che ora si vede presentare un secondo conto di pari importo.
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Perché questo prelievo riguarda anche i correntisti
Il dibattito potrebbe sembrare confinato alle sale dei consigli di amministrazione e ai corridoi di Palazzo Chigi. In realtà, le implicazioni di un prelievo banche nella manovra 2027 di questa entità toccano da vicino anche chi ha un conto corrente, un mutuo o un deposito vincolato.
Quando un istituto di credito si trova a dover assorbire un onere fiscale straordinario, le strade possibili sono sostanzialmente tre: ridurre gli utili distribuiti agli azionisti, comprimere i costi operativi (con effetti sull’occupazione e sui servizi), oppure scaricare parte del costo sulla clientela attraverso commissioni più alte o condizioni meno favorevoli su prestiti e depositi.
Non è detto che tutte e tre le strade vengano percorse, né che vengano percorse nella stessa misura da tutti gli istituti. Ma è un rischio concreto che vale la pena tenere presente, specialmente in una fase in cui i margini di interesse delle banche italiane stanno già risentendo della discesa dei tassi rispetto ai picchi del 2023-2024.
Un braccio di ferro ancora aperto, con la manovra da chiudere
A novembre 2026, il confronto tra governo e Abi è ancora in corso. Secondo quanto riportato, l’associazione bancaria — insieme all’Ania, l’associazione delle assicurazioni — sta cercando un tavolo di dialogo per discutere la misura prima che venga definitivamente inserita nel testo della legge di bilancio.
La posizione del governo, almeno quella pubblica, appare per ora ferma sulla necessità di reperire risorse significative dal settore finanziario. Il riferimento di Salvini alla contribuzione come qualcosa di “volontario e spontaneo” suona più come una formula negoziale che come una descrizione della realtà: in un contesto di finanza pubblica sotto pressione, il margine per la spontaneità è storicamente ridotto.
Quel che è certo è che 10 miliardi di euro non sono una cifra trascurabile, né per il bilancio dello Stato né per il sistema bancario. La partita è aperta, e il suo esito dipenderà in larga misura dalla capacità dell’Abi di trasformare le obiezioni costituzionali in un argomento politicamente spendibile — e dalla volontà del governo di trovare un compromesso prima che la legge di bilancio arrivi in aula. Per chi segue da vicino le ultime mosse del braccio di ferro, le prossime settimane saranno decisive.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
