Da gennaio a ottobre 2026, 701 lavoratori hanno perso la vita sul posto di lavoro in Italia. Un numero che supera quota 700 prima ancora che l’anno si chiuda, e che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito una vera e propria emergenza nazionale — richiamando le istituzioni a un impegno massimo sul fronte della prevenzione. Non si tratta di una statistica astratta: dietro ogni cifra c’è una famiglia, un cantiere, una fabbrica, una storia interrotta.
I numeri del 2026: morti sul lavoro e malattie professionali in crescita
I dati disponibili per i primi mesi del 2026 disegnano un quadro che non lascia spazio all’ottimismo. Le denunce di infortunio si avvicinano a 405.000 nei soli primi otto mesi dell’anno — un volume che, già in questa fase, segnala la portata del fenomeno. A questo si aggiunge la crescita delle malattie professionali: le denunce hanno raggiunto quota 74.542, con un aumento del 16,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Quest’ultimo dato è particolarmente significativo — e spesso sottovalutato nel dibattito pubblico. Le malattie professionali, a differenza degli infortuni acuti, si sviluppano nel tempo: tumori da esposizione ad agenti chimici, patologie respiratorie, danni muscolo-scheletrici da movimenti ripetitivi. Il loro aumento non è un segnale di maggiore attenzione diagnostica soltanto: è il riflesso di condizioni di lavoro che logorano nel lungo periodo.
I morti sul lavoro, invece, colpiscono in modo immediato e brutale. I 701 decessi registrati da gennaio a ottobre 2026 confermano che il ritmo delle vittime rimane drammaticamente costante, senza che le misure adottate negli anni recenti abbiano prodotto un’inversione di tendenza strutturale.
Mattarella: la sicurezza sul lavoro è un’emergenza nazionale
Il Capo dello Stato è intervenuto con toni netti. Mattarella ha ribadito che la sicurezza sul lavoro non è una questione secondaria o burocratica, ma una vera emergenza nazionale — e ha chiesto il massimo impegno istituzionale per contrastare il fenomeno degli incidenti sul lavoro. Un messaggio rivolto al governo, alle parti sociali, alle aziende e alle istituzioni di vigilanza.
→ Leggi anche: Manovra 2026: 5 miliardi da banche e assicurazioni — gli istituti non l'hanno visto arrivare
La posizione del Presidente non è nuova, ma si è fatta più pressante alla luce dei dati di questo anno. Il tema è tornato al centro dell’agenda pubblica anche in occasione della 76ª Giornata Nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, le cui celebrazioni centrali si sono tenute a Longarone — città che porta nel proprio nome una memoria collettiva di tragedia e ricostruzione.
Longarone non è una scelta casuale: è un luogo che conosce il peso del lutto collettivo e che, proprio per questo, rappresenta un simbolo potente per ricordare che la sicurezza non può essere trattata come una variabile di costo nelle decisioni aziendali.
La proposta dell’Anmil: omicidio sul lavoro come reato autonomo
In questo contesto, Anmil — l’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro — ha avanzato una richiesta precisa e dirompente: introdurre nel codice penale italiano il reato autonomo di omicidio sul lavoro.
Attualmente, la morte di un lavoratore per negligenza o violazione delle norme di sicurezza viene perseguita attraverso fattispecie già esistenti — omicidio colposo, lesioni colpose aggravate — che non riflettono, secondo l’associazione, la specificità e la gravità del contesto lavorativo. Un reato autonomo, invece, permetterebbe di:
- riconoscere la specificità del contesto lavorativo come aggravante strutturale;
- aumentare la deterrenza nei confronti di datori di lavoro che non rispettano le norme;
- rendere più chiaro il messaggio culturale che la morte sul lavoro non è un incidente accettabile, ma una responsabilità perseguibile.
La proposta non è nuova nel dibattito italiano — era già circolata in precedenti legislature — ma i numeri del 2026 le danno una nuova urgenza. L’Anmil chiede che il Parlamento apra una discussione concreta, senza rinviarla a una generica agenda futura.
→ Leggi anche: Inps, le pensioni costano sempre di più: 372,4 miliardi nel 2025, ecco cosa cambia per i 16,4 milioni di pensionati
Perché il tema riguarda anche l’economia del lavoro
Gli infortuni e i decessi sul lavoro non sono solo una tragedia umana: hanno un costo economico misurabile. Le assenze per infortunio gravano sui bilanci delle imprese, sul sistema previdenziale e sul Servizio Sanitario Nazionale. Le malattie professionali generano percorsi di invalidità e pensionamento anticipato che pesano sull’INPS e riducono la produttività complessiva del sistema.
Secondo le stime elaborate in sede europea, il costo complessivo degli infortuni sul lavoro — tra spese sanitarie, perdita di produttività e oneri previdenziali — può arrivare a rappresentare una quota significativa del PIL nazionale. In Italia, con quasi 405.000 denunce di infortunio in otto mesi, la dimensione del problema è tutt’altro che marginale.
Investire in prevenzione — formazione, dispositivi di protezione, controlli, cultura della sicurezza — non è un costo improduttivo: è una scelta che riduce perdite ben più pesanti nel medio periodo. Un principio che le associazioni datoriali più avanzate hanno già interiorizzato, ma che non è ancora diffuso in modo omogeneo, soprattutto nelle piccole e medie imprese dove la vigilanza è più difficile da garantire.
Cosa serve adesso: prevenzione, controlli e norme più stringenti
Il dibattito in corso si muove su tre livelli distinti. Il primo è legislativo: la proposta dell’Anmil sull’omicidio sul lavoro come reato autonomo è sul tavolo e attende una risposta parlamentare. Il secondo è ispettivo: l’efficacia dei controlli nei cantieri, nelle fabbriche e nei magazzini dipende dalle risorse destinate agli ispettorati del lavoro — un tema di bilancio prima ancora che di volontà politica. Il terzo è culturale: la sicurezza deve smettere di essere percepita come un adempimento burocratico e diventare un valore condiviso a tutti i livelli della catena produttiva.
Per approfondire i dati ufficiali sugli infortuni e le malattie professionali in Italia, il riferimento principale rimane il portale INAIL, che pubblica statistiche aggiornate e report periodici sull’andamento del fenomeno.
Con 701 morti sul lavoro già contati e due mesi ancora da chiudere, il 2026 rischia di confermare un trend che nessuna economia avanzata dovrebbe accettare come inevitabile. Le parole di Mattarella e la proposta dell’Anmil indicano una direzione — ma trasformare le dichiarazioni in misure concrete, e le misure in risultati misurabili, è il lavoro che resta da fare.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
